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sabato 29 giugno 2013

Cinque anni di crisi, un terzo di nuovi poveri in più

Aumenta chi non riesce a ritrovare più il lavoro. Aumentano le richieste di pacchi viveri e sostegno materiale. Continua a crescere, soprattutto tra gli italiani, il numero di chi non ha un reddito sufficiente per soddisfare i bisogni primari.

Dall’ultimo Rapporto sulle povertà nella diocesi di Milano, basato sui dati raccolti dagli operatori dei centri di ascolto e dei servizi di Caritas Ambrosiana ne corso di tutto il 2012, emerge quanto la crisi non solo stia privando di opportunità una fascia crescente della popolazione, ma stia ormai rubando anche la speranza di potere ritrovare un lavoro a chi lo ha perso. Spia di questo fenomeno è anche il calo della popolazione straniera, che comincia ad avvertirsi soprattutto tra alcune nazionalità. Calo, che benché paia più determinato dalla rinuncia a ricongiungere nel nuovo paese il nucleo familiare piuttosto che dalla decisione di andarsene altrove o rimpatriare, dimostra quanto la crisi stia modificando il progetto migratorio di chi era venuto tra noi in cerca di un futuro migliore.
Il dato più drammatico che emerge dai primi dati analizzati riguarda l’aumento dell’11,5% dei disoccupati da oltre 1 anno. In questo scenario ad entrare in crisi è anche la speranza di poter ritrovare una nuovo posto di lavoro. Prevalgono frustrazione e rassegnazione. Questi sentimenti spiegano perché, ad esempio, continuino a crescere le richieste ai centri di ascolto di aiuti immediati. Dal 2008 al 2012 sono aumentati del 31,4% coloro che chiedono pacco viveri e sostegno materiale. Questa richiesta non riguarda più solo gli stranieri ma ormai in misura uguale anche gli italiani. Nel corso del 2012 gli italiani che hanno chiesto cibo ai centri sono stati il 37%, percentuale pressoché simile a quella registra tra gli immigrati.
Anche l’analisi dei bisogni espressi dagli utenti dei centri di ascolto segnala la profondità della crisi e lo sconforto che sta generando tra chi ne è colpito Proprio tra gli italiani il bisogno di reddito supera quello di occupazione ed è pari al 57,6%, con un incremento di 3 punti percentuali rispetto al 2011.
Esso è particolarmente avvertito dalle donne italiane, tra le quali raggiunge il 62,4%, con un incremento di 4,5 punti percentuali sul 2011. In questo quadro si pone la questione degli immigrati. Gli stranieri (tra comunitari, extracomunitari irregolari e regolari) continuano a costituire oltre il 70% degli utenti dei centri di ascolto, anche se il dato fa registrare un calo di 2 punti percentuali rispetto al 2011. La contrazione del dato relativo alla componente straniera è in gran parte riconducibile al sensibile calo nella presenza di persone provenienti dal Perù e dall’Ucraina, da sempre tra le prime 5 nazioni di provenienza degli assistiti della rete Caritas: le prime sono diminuite del 18% rispetto all’anno precedente, le seconde del 19,5%.
Durante i colloqui con gli operatori Caritas molti stranieri provenienti da questi paesi hanno apertamente manifestato il desiderio di ritornare in patria. Il Rapporto non rileva dati circa i rientri di fatto avvenuti tra coloro che si sono rivolti ai centri di ascolto, ma sicuramente questo desiderio sta limitando l’avvio di procedure per i ricongiungimenti familiari e per chiamate di parenti e amici. Si tratta di un fenomeno strettamente connesso alla crisi economica, che ha fortemente condizionato le possibilità di inserimento lavorativo degli stranieri, e li ha disillusi sulla possibilità di superare i loro problemi economici nel nostro paese.

mercoledì 2 maggio 2012

Cosa cambiare per vincere la crisi

“Chi ritiene che in un mondo finito produzione e consumi possano crescere indefinitamente, o è un folle, o è un economista.”

Grande complessità, molteplici aspetti - e discipline - interessati, presenza di nuovi fattori che possono ribaltare le prospettive precedenti: questi forse gli aspetti salienti della crisi che sta colpendo il mondo da ormai 4 anni, senza prospettive di rapidi miglioramenti. Cerchiamo di dipanare alcuni fili di questa matassa, tanto intricata da dare motivo a repentini cambiamenti di posizione anche da parte di autorevoli opinionisti, persino premi Nobel per l’economia. Le due principali posizioni di pensiero contrappongono i rigoristi, o “moralisti”, che vogliono anzitutto garantire il pareggio dei bilanci, e coloro che invece, seguendo l’impostazione introdotta da Keynes, sostengono l’opportunità di andare anche in deficit, pur di mettere in atto politiche espansive che consentano di superare le difficoltà congiunturali. La principale differenza tra le due posizioni è forse la diversa valutazione dell’indebitamento o, più in generale, dell’intervento pubblico: da contenere per i primi, da non demonizzare per i secondi.
Il debito può svolgere una funzione preziosa quando si abbiano ragionevoli aspettative di realizzarne vantaggi futuri, o, in altri termini, di farne un buon investimento. Uno studente capace e meritevole, ad es. può opportunamente indebitarsi - se la famiglia non è in grado di mantenerlo agli studi - perché così potrà migliorare la propria vita. Dovrà anche scegliere correttamente l’orientamento negli studi; ma questa è una qualità della cultura. Nel commercio e nell’economia in generale il debito è la linfa che fa crescere la pianta. Più arduo è sostenere la validità dell’indebitamento per il consumo: difficile pensare a consumi che migliorino la vita futura. Qui non si può non menzionare il caso che ha innescato l’attuale crisi mondiale: i mutui ipotecari per l’acquisto della casa, sollecitati dalle banche americane in forte liquidità, a cittadini di basso reddito. Avendo successivamente perso lavoro e guadagni, questi si sono trovati nella necessità di recedere dal mutuo, lasciando la casa alle banche. La vendita simultanea di molte case ne ha fatto crollare il prezzo e le banche stesse sono arrivate all’orlo del fallimento. Un massiccio intervento finanziario da parte del governo le ha salvate, ma non è stato sufficiente a frenare l’espandersi della crisi a livello mondiale. Da notare che anche l’acquisizione di comportamenti virtuosi può essere un investimento: risparmiare sul fumo, ad es. migliora la qualità della vita anche per il futuro.
L’indebitamento pubblico può avere aspetti assai diversi da quello privato. Keynes ha dimostrato che in presenza di capacità produttiva inutilizzata (macchine ferme) è giustificata una spesa pubblica in deficit per stimolare i consumi (facendo lavori al limite inutili), riavviando così il ciclo produttivo. Questa posizione implica l’abbandono del laissez faire, della fiducia che il mercato possa risolvere da solo tutti i problemi nel modo ottimale; invece lo Stato deve assolvere un ruolo di governo e di guida anche nell’economia. È chiaro che su questa linea si possono avere abusi, corruzioni, scaricamento di problemi sulle generazioni future, ecc. ma secondo questa opinione i benefici derivanti da corretti interventi pubblici superano di molto gli inconvenienti. Tornando alla crisi attuale le posizioni rigoriste, inizialmente prevalenti, sembrano lasciare spazio a favore di interventi per la crescita. In ogni caso permane la confusione di dover fare contemporaneamente due cose tra loro difficilmente compatibili, se non contraddittorie. Sostenibilità. A complicare ulteriormente il quadro vanno ricordati alcuni aspetti sui quali di solito si preferisce sorvolare. Già dai tempi delle crisi energetiche degli anni ’70 sono aumentati coloro che ritengono insostenibile l’attuale modello di sviluppo. Esso è basato sulla corsa indefinita tra produzione e consumi, alimentata dalla pubblicità e da altre forme sempre più perfezionate di convinzione dei consumatori e di creazione di bisogni. Ai consumatori vengono così imposte cose che non sono nel loro vero interesse, bensì dei produttori. Un esempio banale potrebbe essere l’esplosione delle malattie “del benessere” indotta anche dall’arricchimento commerciale della dieta (junk food). Oltre a queste distorsioni non si possono dimenticare le preoccupazioni per l’alterazione globale del clima e dell’ambiente, la desertificazione di numerosi territori, il permanere – e con la crisi l’estendersi – di povertà e sottonutrizione, infine l’accentuarsi, anche nei paesi ricchi, degli squilibri e delle differenze sociali – le quali, per inciso, sono da molti indicate tra le cause più profonde della crisi. Sono tutti effetti indesiderati del modello di sviluppo, che dovrebbe pertanto essere sottoposto a radicali cambiamenti. Sarebbe necessaria una sobrietà (scelta) piuttosto che una austerità (imposta). Ma la gente, abituata per decenni ad attese di crescente benessere, appare terribilmente restia ad ogni idea di sacrificio o decrescita. Lo si può verificare quotidianamente, oggi che si sono rese indispensabili certe forme di austerità.
 Crescita immateriale. Se si fosse presa sul serio la sostenibilità dello sviluppo, maggiore spazio avrebbe avuto nel dibattito lo sviluppo umano. Ne ha parlato l’ONU ormai dal 1990, proponendolo come ampliamento delle opportunità e delle capacità a disposizione di ogni essere umano, accanto al parametro economico del PIL (prodotto interno lordo). Dà peso quindi ad aspetti immateriali che il PIL trascura, come la crescita delle capacità di ciascuno. Sembra questa l’alternativa da proporre alla insaziabile fame di crescita che è stata instillata nella nostra psiche: una crescita immateriale anziché materiale, basata cioè su migliori conoscenze, educazione, cultura, ambiente, arte e simili. Forse con la cultura non si campa, come hanno detto certi penosi politici italiani. Ma si diventa più uomini, si percepiscono meglio le finalità, si sa dove andare, si diventa meno facilmente pedine nelle mani di politici corrotti o di potentati economici. I beni immateriali, a differenza di quelli materiali, possono essere consumati indefinitamente senza inquinare; sono poi quelli più propriamente umani, in grado di appagare personalità mature, sviluppando anche il senso critico (ad es. verso demagogia o pubblicità). Con l’avanzare degli anni certi bisogni materiali, come il cibo, si riducono: diventa necessaria maggiore frugalità. Analogamente per la società la sobrietà potrebbe essere presentata come virtù della maturità, in un quadro di crescita immateriale. Consente una vita migliore anche per il futuro: quindi può essere considerata un vero e proprio investimento.
Quale spesa pubblica? Lo sviluppo umano e immateriale sembra l’unica via per conciliare le due posizioni divergenti del rigore e della crescita. La spesa pubblica potrebbe essere molto ridotta qualora la si sottoponesse ad un esame razionale: le enormi spese militari appaiono sempre più ingiustificate per un paese integrato nell’Europa, che da molti anni non subisce attacchi dall’esterno; la necessità delle grandi infrastrutture materiali è diventata secondaria dopo i grandi progressi nelle telecomunicazioni, e in ogni caso fattore poco rilevante per lo sviluppo di una società sempre più immateriale; la pubblica amministrazione segnala nel nostro paese una terribile inefficienza, attribuibile in prevalenza all’inadeguatezza della dirigenza, anche politica: è lo specchio dell’arretratezza culturale del paese. Ecco che quanto risparmiato in questi ambiti, oltre a ridurre il deficit, potrebbe permettere maggiore spesa in campo educativo, culturale, ambientale, della ricerca, ecc. Nei settori cioè che potrebbero consentire maggiore competitività alla nostra economia, e dai quali si dovrebbe partire per intaccare la rincorsa perversa tra produzione, pubblicità e consumi, cioè il modello di sviluppo insostenibile. In ogni caso educarci alla sobrietà è possibile da subito anche per ciascuno di noi ed è la via privilegiata per migliorare la qualità della vita, individuale e collettiva.

Luigi de Carlini

giovedì 23 febbraio 2012

Farneticazioni in libertà

Sono rimasto esterrefatto dalla lettura dell'articolo "E' ora di cambiare", che definire qualunquista è un eufemismo sesquipedale.
Il nostro Signor Speriamobene, dopo avere imbracciato lo sparac...ate e sventagliato ad alzo zero, accusa i Sindacati di essere una lobby scollegata dai Lavoratori; ci riempie di parole trite e ritrite quali cambiamento e modernizzazione senza dare ad esse un contenuto; cosa vuol dire: “esigenze di cambiamento che la modernità impone”. Si potrebbero effettuare tutte le combinazioni dei termini della frase (es.: esigenze di modernità che il cambiamento impone, ecc.) senza modificarne l'inconsistenza.
E' far torto all'intelligenza di Pierluigi Bersani per inciso, un filosofo, affermare che sia a favore o contro la globalizzazione; sarebbe come dire che è contro la rotondità della terra; infatti la globalizzazione è un processo ineluttabile: potrà piacere o dispiacere, ma così va il mondo. Il Nostro lancia accuse a chi ha banchettato e gozzovigliato nel passato: chi sono costoro? Forse quelli del Bagaglino e connessi, non certo i Sindacati. Quale avrebbe dovuto essere la capacità “programmatoria” dei Sindacati, che a differenza di quelli tedeschi, non cogestiscono le aziende? Dopo l' attacco forsennato ai Sindacati il Signor Speriamobene si butta contro i Politici, anche qui facendo di ogni erba un fascio e si lamenta che il Presidente del Consiglio Mario Monti non possa lavorare; ma se in tre mesi ha legiferato più e meglio del Governo Berlusconi in tre anni? Può fare ciò, perchè ha una larga base parlamentare formata da tre fra gli aborriti Partiti. Il Nostro, nella sua allucinata disanima, prosegue sciabolando a destra e soprattutto a manca, accusando, non si capisce se i famigerati Sindacati o il perfido Bersani, di essere favorevoli/e a nuove tasse, ma di essere contrario alle riforme.
Conclude il suo sproloquio dando la colpa di tutti i mali di cui soffre l'Italia ai Sindacati ed a Bersani che non avrebbe mai lavorato onestamente.
Il Nostro non ha mai pensato che la crisi mondiale attuale è di natura strutturale (come quella del '29), di sovrapproduzione e di spostamento dell'economia dall'Occidente all'Asia sud orientale?
Non ha pensato che la crisi italiana discenda dal non aver fatto Ricerca, dall'avere una negativa bilancia commerciale agricola, da non avere sviluppato comparti industriali strategici come l'elettronica (non produciamo alcun apparecchio), la chimica e la farmaceutica; dal non sapere valorizzare il cosiddetto giacimento culturale.


Ernesto Passoni

martedì 21 febbraio 2012

E' ora di cambiare

Sentire le affermazioni di Bersani nelle quali afferma che non vi sarà riforma del mercato del lavoro senza accordo con le sigle sindacali, fa perlomeno sconcerto. Difendere a prescindere una lobby quale quella sindacale, da tempo scollegata dai lavoratori ed attenta unicamente ai propri equilibri di potere è palese manifestazione di un'Italia che non vuole cambiare e modernizzarsi. Bersani è l'esemplificazione lampante di un uomo di partito imprigionato nelle logiche del passato, incapace di rispondere alle esigenze di cambiamento che la modernità ci impone. Non si può essere a favore della globalizzazione ed allo stesso tempo arroccarsi su posizioni di 60 anni fa. Il sistema che si sta difendendo, dalla giustizia alla politica, dal lavoro alla finanza, è quello che ci ha condotto sull'orlo del baratro, scaricando sulle nuove generazioni (che oggi si fa finta di voler difendere) i banchetti e le gozzoviglie del passato. Il sindacato così come opera in Italia è la rappresentazione di una incapacità programmatica senza limiti, tesa a tutelare i propri diritti senza pensare ai propri doveri. E' stato chiamato Monti a fare il lavoro sporco; a fare ciò che i politici in 60 anni di truffe e saccheggi non hanno saputo fare....ecco almeno che lo si lasci lavorare! Troppo facile essere d'accordo sul mettere ancora nuove tasse a pioggia, ma poi sottrarsi alle sfide delle riforme. Guardiamo il nostro territorio dove centinaia di imprese sono collassate su se stesse senza un minimo sostegno da pubblica amministrazione e sistema finanziario; dove migliaia di lavoratori sono senza lavoro, senza possibilità di trovarlo e senza vere tutele. Perchè quando i soldi non ci sono c'è poco da inventarsi la tutela sindacale (che come si sa sfama unicamente chi fa il sindacalista di professione). Insomma, Bersani, come sempre, ha mancato l'occasione per dire una cosa intelligente...segno preponderante che i politici che oggi ci ritroviamo sono sempre più interessati ai loro ritorni economici (ma quando mai hanno fatto un onesto lavoro??) e non all'interesse di tutti.
Alla fine, come sempre, ci si dovrà arrangiare da soli!
Speriamobene

sabato 8 ottobre 2011

Il coraggio delle scelte che a Merate manca

Riceviamo e pubblichiamo

E’ di queste ore la notizia che il sindaco di Rovagnate Marco Panzeri ha detto no al Salumificio Beretta in paese (vedi articoli di Merateonline, agenzia del Giorno online). La proprietà voleva che un terreno di 60mila metri quadrati agricolo venisse reso edificabile concedendo a titolo di “risarcimento” dell’area verde cancellata un milione di euro. Briciole praticamente su un investimento da 100milioni e rotti euro e un cambio di destinazione d’uso che fa lievitare di venti volte il valore dell’appezzamento. Ma il bravo primo cittadino non ci è cascato e non ha ceduto nemmeno al vile ricatto morale della creazione di 350 forse 400 mica pochi nuovi posti di lavoro, sempre che sia vero visto che i sciur padroni hanno liquidato la promessa occupazionale in tre righe tre. Lo faranno passare per il comunista che si oppone agli imprenditori, per il campanilista che pensa solo al suo piccolo orticello, dell’approfittatore di centrosinistra che vuole sfruttare i poveri ricchi che hanno il coraggio di guardare al futuro nonostante la crisi… Ma non importa, chi è intelligente ha capito che dietro alle parole c’era la fregatura e che questo signori è un vero e coraggioso esempio di difesa degli interessi reali del territorio in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue componenti.
A Merate sta succedendo esattamente l’opposto: le aziende che chiudono e spostano l’attività altrove lasciando a casa gli operai vengono premiate con la possibilità di trasformare i capannoni in case. Diana e BetonVilla dicono qualcosa? O ci si inginocchia davanti al potere di Santa Romana Chiesa: Cassina Fra’ Martino din don dan insegna… E poi accusavano il buon Battista Albani, che ha avuto il coraggio di lasciare agricoli i terreni della parrocchia di Sartirana, di voler fare un regalo alla Curia di Milano, ma ci facciano il piacere!!! Forti coi deboli e deboli coi forti, ecco il motto dell’armata brancaleone in uniforme rigorosamente verde e azzurra che ci governa.

Infiltrato

lunedì 27 giugno 2011

Crisi: è il momento di affrontare il problema con politiche industriali, investimenti e riforme

Oggi 27 giugno ho partecipato al secondo incontro per la Bessel – Candy presso il Ministero dello Sviluppo Economico presieduto dal Dr. Castano, che ha visto la partecipazione dell’azienda, rappresentanze Sindacali e RSU, rappr. Regione Lombardia, Assessore di Prov. Lecco Dadati, sindaci di Perego e S. Maria Hoè, incontro aggiornato al 6 luglio p.v.
Il confronto è avvenuto sul documento dell’azienda che sostanzialmente conferma la chiusura di S.Maria con lo spostamento di qualche Unità a Brugherio e la controproposta del Sindacato che ha al proprio interno il mantenimento dell’unità produttiva accompagnata da una riorganizzazione radicale sostenuta da contratti di solidarietà e attraverso incentivi pubblici per rendere sostenibile il tutto.
A fronte di tale proposta si è reso necessario l’aggiornamento dell’incontro alla settimana prossima.
Dopo mesi di confronti e posizioni espresse a più livelli Istituzionali, Sindaci e non solo, è fondamentale capire come il territorio intenda muoversi a fronte della situazione della Bessel e non solo, se Lecco è Capitale della Manifattura come ben rappresentato ieri dal sole 24 ore, occorre con chiarezza dire se il territorio può sopportare questa chiusura e se i lavoratori e le lavoratrici troveranno uno sbocco. Per arrivare all’incontro del 6 è necessaria appunto una risposta da chi ha responsabilità Istituzionali e non solo, al fine di non lasciare la patata bollente solo ai comuni coinvolti e ai lavoratori. Per il Governo, di conseguenza la Regione e la Provincia, è giunta l’ora di affrontare il problema vero: politiche industriali, investimenti per uno sviluppo sostenibile e riforme più volte annunciate. Se manca ciò, ogni giorno diventa sempre più difficile pensare di vincere la sfida, in questo caso la non chiusura della Bessel.

lunedì 6 giugno 2011

Gli alunni delle elementari scrivono agli operai che rischiano il posto di lavoro

Riportiamo il testo della bellissima lettera scritta dagli alunni delle elementari di Santa Maria Hoè per gli operai della Bessel, la ditta della Candy che quest'estate probabilmente verrà chiusa lasciando a casa 204 operai tra i quali anche 26 coppie.

Cari operai,
noi bambini della Scuola Primaria di Santa Maria Hoè siamo venuti per esprimervi la nostra solidarietà.
Nei giorni scorsi, percorrendo via Giovanni XXIII con lo scuolabus, vi abbiamo visti manifestare, ma non conoscendo i motivi della vostra protesta vi guardavamo divertiti. Grazie all’incontro con i vostri delegati, abbiamo capito che dietro alla parola “operai” ci sono mamme e papà preoccupati per i loro figli e alcuni di quei figli sono nostri compagni di scuola.
I vostri rappresentanti ci hanno parlato, con scrupolosità, del momento difficile che state vivendo. Ogni giorno vi dovete porre la domanda: "Come faremo a pagare le spese necessarie per la nostra famiglia?". Grazie alla vostra testimonianza abbiamo capito che il lavoro è fondamentale nella vita.
Ora vi guardiamo con rispetto perché sappiamo che chiedere di poter continuare a lavorare e che il primo articolo della Costituzione italiana dice che tutti i cittadini hanno diritto al lavoro.
Nelle nostre classi si è creato un clima affettivo di partecipazione alle vostre preoccupazioni, perché pensiamo che voi salverete anche il nostro futuro. Perciò, accettando il vostro invito, vogliamo esprimersi anche la nostra riconoscenza.
Grazie per aver accettato di venire a discutere con noi di ciò che sta accadendo.
Grazie, lavoratori, perché quello che voi con impegno e fatica producete è utile alla nostra vita
Grazie per averci insegnato che il lavoro è un diritto e che è indispensabile alla vita.
Grazie per averci fatto capire che il lavoro non è solo un dovere ma un'attività che ci migliora.
Grazie, lavoratori, per averci detto che la chiusura della Bessel non è un problema solo per voi, ma per tutta la società.
Grazie, perchè ci dimostrare che si può protestare in modo pacifico e rispettoso delle leggi.
Grazie, perchè con il vostro esempio ci dimostrate che uniti si può affrontare meglio una situazione di difficoltà.
Grazie, perché parlando con voi abbiamo compreso che non bisogna giudicare in modo superficiale le situazioni, ma bisogna cercare di capirle.
Grazie, per averci fatto capire che i problemi della società non riguardano solo gli adulti ma interessano direttamente anche noi bambini che saremo il futuro della società.
Un abbraccio a tutti voi


I bambini della Scuola Prima di S. Maria Hoè

venerdì 3 giugno 2011

Quando la soluzione diviene impensabile

Il caso Bessel Candy apre aspettative sul sistema produttivo italiano (vedi conferenza dei sindaci) che sono assolutamente ingiustificate, in particolar modo nel momento attuale di crisi economica. Tutti lo sanno ma, ogni tanto, ci si dimentica di un fattore essenziale: per chi deve competere internazionalmente produrre in Italia è diventato impensabile. Per chi deve competere localmente semplicemente sopravvivere è quasi impensabile. E lasciamo stare le solite litanie del costo del lavoro (esorbitante) e dell'elevata pressione fiscale (ingiustificata e comunque sempre a carico dei soliti noti..almeno le grandi imprese hanno mille modi per arrivare all'evasione nei termini di legge...). Concentriamoci su di un unico fattore: la burocrazia. Ma perchè mai un imprenditore folle, già assillato dai suoi mille problemi, dovrebbe mettersi in testa di investire in Italia dove la burocrazia arriva anche all'interno della sagra di paese???
Partiamo dal momento in cui dovrà rilevare l'azienda e gli impianti e qui gli toccherà fare tutta una serie di incontri con le più strampalate sigle per sapere se qualcuno ha mal di pancia o meno, e poi produrre chilometri di carte a favore di amministrazioni onnivore capaci solo di fagocitare carta che spesse volte non leggono e quasi sempre perdono. Vuole poi modificare il layout della linea produttiva con lieve ampliamento dello stabilimento? Ed allora attendiamo almeno 6 mesi con passaggi vari tra commissioni edilizie, commissioni paesaggio, soprintendenze, esperti e consulenze. Che non gli incorra poi di interpellare l'ASL oppure l'ARPA che potrebbero arrivare a controllare persino se il microclima aziendale è idoneo alla riproduzione delle zanzare o delle mosche (sai non vorremmo si estinguessero). Hai una scatola di cartone da smaltire? Eh caro mio, qui c'è di mezzo la Provincia e la bella normativa sui rifiuti; devi dotarti di registro rifiuti, di formulario e, se ti va male, di iscrizione al SISTRI con tanto di apparecchiature telematiche che nemmeno sull'Enterprise sarebbero in grado di far funzionare...non vorremmo mai che quella tua scatola di cartone finisse illegalmente bruciata nel tuo caminetto di casa. Vuoi fare il trasporto dei tuoi beni in proprio? Allora devi dotare tutti i tuoi autocarri di apposite licenze al trasporto dei tuoi materiali e non dimenticare di mettere sull'autocarro una lettera in cui comunichi che il dipendente che lo guida è veramente tuo dipendente, se no apriti cielo, una multa non te la leva nessuno. E poi il dipendente si assenta una mezz'ora per espletare funzioni fisiologiche? Deve segnare tutto sulle apposite assenze perchè se mancano quelle chi ci dimostra che in quella mezz'ora non ha guidato in nero per qualcun altro?? E non pensare che sia l'Amministrazione controllante a dover dimostrare, sei tu, caro folle imprenditore, che devi dimostrare di essere corretto perchè ovviamente passi sempre per una presunzione di colpevolezza. Che non ti incappi poi di tirare in mezzo la Regione, lì un bell'anno di attesa anche solo per sapere se il funzionario sa leggere o meno non te lo leva nessuno... a meno che, tu non conosca ovviamente qualcuno che conta. Immaginiamo che ti arriva un controllo dell'Agenzia delle Entrate; anche loro devono per forza portarsi a casa lo stipendio e, siccome si sa che per la legge dei grandi numeri ogni tanto ti va bene, iniziamo ad elevare una bella sanzione di qualche 100.000 € che poi si è sempre in tempo, come al mercato del pesce, a contrattare per ridurla a valori più consoni (e tutto ciò ovviamente solo per supposizioni, senza uno straccio di documento comprovante). Qualche cliente non ti paga perchè, giustamente poverino, non è il caso di pagare chi ti fa un lavoro perchè ognuno dei suoi soldi ne fa quello che vuole? Ecco che ti trovi a dover lavorare con i tempi della giustizia: fai in tempo ad invecchiare prima di arrivare alla prima udienza con la certezza che, in ogni caso, dovrai mollare qualcosa su quello che giustamente ti sei sudato. Ed infine non vorrai aver a che fare con l'Amministrazione comunale....qui sei al delirio. In molti casi, fortunosamente non in tutti, incapacità di idee di grande respiro, mero calcolo politico del momento, incapacità di prevedere i problemi, improvvisazione e, dicendola apertamente, un do ut des spesse volte a senso unico. Insomma, quel folle imprenditore potrebbe materializzarsi solo per mero spirito patriottico e di responsabilità sociale ed anche se lo facesse ci sarebbe sempre qualcuno pronto a rinfacciargli un qualsiasi infimo interesse personale. Di folli però, se ne trovano ancora (sicuramente non in confindustria e nelle organizzazioni datoriali...), l'importante è che almeno si eviti di soffocarli sul nascere.
Speriamobene

giovedì 2 giugno 2011

Bessel-Candy: "Le forze imprenditoriali del territorio si attivino per trovare una soluzione"

Invio il documento approvato dalla conferenza dei sindaci del meratese in merito allo stabilimento Bessel-Candy di Santa Maria Hoè. Il documento è stato inviato all’assessore alle Attività produttive della Provincia di Lecco Fabio Dadati, accompagnato da un invito a coinvolgere le forze imprenditoriali lecchesi, perché – pur dipendendo Candy da Confindustria di Monza Brianza – è indispensabile che il sistema delle aziende lecchesi si faccia carico del problema.

La delocalizzazione della produzione comporterebbe la perdita del posto di lavoro per 204 dipendenti (tra cui 26 coppie) che difficilmente potrebbero ricollocarsi in zona, oltretutto in un periodo nel quale le opportunità di lavoro sono scarse a causa della perdurante crisi economica.
Riteniamo non sia accettabile che una decisione di questo genere possa essere presa in modo unilaterale senza un confronto con le parti sociali e le istituzioni del territorio, considerando le ricadute che si verrebbero a determinare e tenuto conto dei vantaggi di cui ha goduto l’azienda all’atto dell’insediamento.
I sindaci del meratese chiedono all’azienda di assumersi le proprie responsabilità considerando non solo i dati economici del proprio bilancio ma anche gli impatti sociali che la prospettata decisione determinerebbe sul territorio in cui è insediata. Pertanto chiedono all’azienda di aprire un tavolo di trattativa con i rappresentati dei lavoratori e le istituzioni locali che abbia come obiettivo l’individuazione di una prospettiva di rilancio produttivo per l’insediamento di Santa Maria Hoè e che attivi gli ammortizzatori sociali eventualmente necessari a dare corpo a questa prospettiva anche per non disperdere le competenze e le capacità tecniche acquisite dalla Candy e dai suoi lavoratori.
I sindaci fanno altresì appello alle forze imprenditoriali del territorio lecchese affinché si attivino per trovare una soluzione che eventualmente comprenda anche il passaggio di proprietà dello stabilimento in un’ottica di rilancio produttivo e chiedono a Provincia (anche in considerazione del Patto per lo Sviluppo recentemente sottoscritto) e Regione di attivare le iniziative necessarie affinché il settore degli elettrodomestici mantenga unità produttive nel territorio lecchese e in Lombardia.


Paolo Strina
Presidente della Conferenza dei Sindaci del Meratese
per i sindaci di Airuno, Brivio, Calco, Cernusco Lombardone, Imbersago, Lomagna, Merate, Montevecchia, Olgiate Molgora, Osnago, Paderno d’Adda, Perego, Robbiate, Rovagnate, Santa Maria Hoè, Verderio Inferiore, Verderio Superiore

mercoledì 4 maggio 2011

La favola che la Lombardia è la regione più ricca d'Europa

È quasi un luogo comune dire che la Lombardia è l'area più ricca d'Europa. E se si guarda al Pil complessivo effettivamente la Regione si colloca al sesto posto nell'Unione. Ma per comprendere la reale ricchezza di un territorio è più corretto il riferimento al Pil pro-capite e qui la situazione cambia perché la Lombardia si ritrova al ventinovesimo posto. I dati peggiorano ancora se si considera l'andamento negli ultimi dieci anni. E lo stesso ragionamento si può fare, a livello di ripartizioni, per il Centro-Nord nel suo insieme.

Capita di frequente, nelle trasmissioni radiotelevisive, di sentire magnificare le sorti della Lombardia, “regione più ricca d’Europa”. L’affermazione, data per buona da conduttori e altri ospiti in studio, è spesso utilizzata in antitesi all’andamento dell’economia italiana nel suo complesso, come a suggerire che alcune regioni – e i loro governanti - riescono a ottenere performance elevate e addirittura superiori a quelle delle più avanzate regioni europee.
C’è un discrimine fondamentale, che concorre a cambiare completamente il quadro finale. Se consideriamo il Pil prodotto in termini assoluti, la Lombardia figura tra le prime regioni europee (ma non la prima: nel 2008 era al sesto posto).Tuttavia, questa misura è perlomeno incompleta, perché non tiene conto della diversa dimensione demografica delle regioni considerate. Una misura più adatta a comprendere la reale dimensione della ricchezza di un territorio è il Pil pro-capite, che soppesando il Pil per il numero di abitanti aiuta a capire quanto reddito abbiano a disposizione gli abitanti della regione considerata.
Utilizzando il Pil pro-capite, la situazione della Lombardia cambia drasticamente: dal sesto al ventinovesimo posto.  Il Pil pro-capite lombardo al 2008, infatti, è superiore a quello della media Unione Europea (134 per cento), ma ben inferiore ai valori delle più sviluppate regioni europee.
Il dato appare ancora più negativo se si osserva l’andamento degli ultimi dieci anni. Nel 1997 il Pil pro-capite della Lombardia era pari al 161 per cento della media Unione Europea, collocando la regione all’undicesimo posto in Europa. Il calo del Pil pro-capite in percentuale della media Ue non deriva tanto da un’uniforme diffusione del benessere in grado di colmare i divari economici all’interno del territorio europeo, quanto da un rallentamento dell’economia lombarda in relazione alle altre regioni.
Questa affermazione è confermata non solo dalla riduzione del Pil pro-capite in percentuale della media europea, con conseguente scivolamento in classifica, ma anche dall’andamento delle altre regioni che nel 1997 avevano livelli di reddito simili a quelli lombardi.
Abbiamo considerato le regioni che, come la Lombardia, nel 1997 avevano un Pil pro-capite compreso tra il 170 e il 150 per cento della media europea, quindi tutte regioni altamente sviluppate. Hanno seguito tutte lo stesso percorso di sviluppo? Evidentemente no. Delle sette regioni considerate, a distanza di un decennio solo una fa registrare un livello di Pil pro-capite inferiore a quello lombardo: l’Emilia-Romagna. Le altre mantengono la propria posizione (Brema, Utrecht), la migliorano (Groningen) o registrano uno scivolamento inferiore a quello lombardo (Stuttgart, Bolzano).
Un ragionamento simile vale a livello di ripartizioni. L’affermazione che il Centro-Nord è la regione più ricca d’Europa, o una delle più ricche, non è del tutto vera. Certo, se si aggregano i dati delle tre ripartizioni italiane più ricche e si confronta questo dato con quello nazionale tedesco, francese o britannico, il risultato italiano appare il migliore. Tuttavia, è poco corretto confrontare i dati relativi alle ripartizioni con i dati nazionali.
Più corretto sarebbe confrontare i dati riferiti alle medesime unità territoriali statistiche (Nuts), così come definite da Eurostat. È possibile, quindi, confrontare tra loro tutti i territori dell’Unione Europea corrispondenti alle nostre ripartizioni (livello Nuts 1).
Osservando questi dati, ne emerge un andamento del tutto simile a quello della Lombardia. A livello assoluto, infatti, il Pil delle ripartizioni Nord-Ovest e Nord-Est è tra i più elevati in Europa (rispettivamente terzo e settimo posto nel 2008). A livello pro-capite, però, la posizione delle due ripartizioni è molto peggiore, collocandole rispettivamente al ventesimo e ventunesimo posto.
Anche in questo caso, significativo è il trend degli ultimi dieci anni. Nel 1997 le ripartizioni Nord-Ovest e Nord-Est occupavano il settimo e ottavo posto in Europa, con un Pil pro-capite pari al 148 e al 146 per cento della media europea, mentre oggi sono scese al 126 e 124 per cento. Nessuna tra le ripartizioni europee che nel 1997 si trovavano in una posizione simile a quella del Nord Italia ha seguito lo stesso andamento negativo.

Federico Fontolan

lunedì 24 gennaio 2011

Lo sviluppo edilizio eterno non è possibile

L'edilizia tradizionale è ad una svolta epocale. Non possiamo negarcelo la crisi pressochè definitiva della "BetonVilla", lo stato di difficoltà nel quale versano i maggiori gruppi di costruzioni provinciali e regionali ci fa toccare con mano quanto la crisi attuale imponga un cambio di registro nel settore delle costruzioni. Le imprese, schiacciate dalla stretta bancaria, dal blocco delle compravendite immobiliari, dall'assenza degli enti pubblici sul mercato degli appalti a causa del patto di stabilità (e se vi sono con ritardi di pagamento pari ad anni) devono inevitabilmente ripensare e ristrutturare il proprio modo di essere sul mercato. E' un tema assolutamente connesso alla questione urbanistica attuale: una crescita eterna non è credibile! Non è credibile nemmeno prospettando come di consueto il mercato delle ristrutturazioni e delle case a risparmio energetico; non è sostenibile nel lungo periodo se non pensando ad una complessa opera di riqualificazione e di sviluppo infrastrutturale. L'edilizia delle compravendite di terreni, case, immobili e palazzi è finita. La microframmentazione del mercato con una miriade di piccole e piccolissime imprese in un mercato saturo e privo di domanda non ha più ragione di essere. Il periodo del boom economico con i larghi spazi di mercato da occupare non esiste più e non è destinato a ripresentarsi. Le medie imprese, più strutturate ma comunque a dimensione locale, non possono pensare di competere ed esistere semplicemente partecipando pro quota agli appalti pubblici e privati: è necessario pensare ad un processo di integrazione e diversificazione. Integrazione dimensionale con pochi importanti gruppi innovativi e ramificati, che possano prestare al sistema finanziario quelle garanzie di solidità e di continuità che inevitabilmente necessitano al settore. Diversificazione ad abbracciare impieghi di capitali a rapida rotazione per creare flussi di cassa attraverso innovazione e ricerca. Un problema che evidentemente diviene sociale con la necessaria riqualificazione professionale di numerosi addetti che dal ruolo tradizionale di semplici operatori devono divenire fautori della trasformazione acquisendo nuove competenze e nuovi obiettivi. Il segnale della crisi della "BetonVilla" mette il nostro territorio di fronte a tutti i mali del proprio incontrollato sviluppo, chiamandoci ad accettarne la sfida.


G.G.

martedì 8 giugno 2010

La fine del mese: le differenze che offendono l'equità sono una vergogna

Sta crescendo nel nostro paese il numero di coloro che temono la fine del mese, cioè la difficoltà di avere un bilancio familiare che comprenda gli ultimi giorni del periodo e questo anche nella nostra città di Lecco. E’ classica ormai questa espressione: “ Non mi è facile arrivare alla fine del mese con i soldi giusti”.
Alla porta della nostra parrocchia bussano non soltanto migranti, ma anche Italiani che manifestano le loro difficoltà economiche. Insomma, è cresciuto il caro-vita ed è diminuito il potere di acquisto di molti salari.
Le situazioni non sono tutte uguali, ma ci sono oggi nel nostro Paese redditi al minimo vitale. Le voci di questo peso che grava su molti bilanci familiari sono: l’affitto, le spese per i servizi, le tariffe elettriche, le spese per i figli a scuola…
Mi rendo conto sempre di più che con uno stipendio solo, in certe situazioni, non si riesce ad andare avanti. In genere si dice che altrove, in continenti specifici come l’Asia e l’Africa, i salari sono inferiori ai nostri, ma si dimentica di dire che in Cina, ad esempio, la casa, i medicinali, il riscaldamento compongono l’onere per lo Stato.
Va da sé che un’economia di sussistenza - soprattutto in questo periodo di grave crisi economica – crea tra i tanti svantaggi due in un modo particolare: da una parte fa diminuire i consumi e quindi il lavoro, dall’altra parte priva molti settori della popolazione di quelle risorse e di quei beni che molti hanno.
Tutto ciò diventa più penoso se pensiamo che nel nostro Paese esistono stipendi di favola, sia a livello pubblico che a livello privato. Le differenze che offendono l’equità sono una vergogna. Certi rimborsi spese in comitati di promozione pubblica sono oltremodo scandalosi e così, mentre tutti temono l’aumento delle tariffe, ci sono categorie di persone sfiorate da nessuna paura, poiché per loro tutto è gratuito.
Che fare? Certamente la nostra situazione italiana risente di quella europea e mondiale, e non è questa la sede per affrontare certi problemi anche nei loro aspetti nazionali.
A me qui interessa, come pastore e come cittadino di Lecco, interrogarmi se alcune realtà familiari in difficoltà economica, nel nostro territorio, siano limitate, o se coinvolgono un maggior numero di famiglie e se si può fare qualcosa oltre l’aiuto immediato.
Sicuramente non possiamo disinteressarci: queste famiglie fanno parte della nostra comunità. Più volte abbiamo incoraggiato a sostenere il “Fondo Famiglia Lavoro” dell’Arcidiocesi
(clicca sul testo in grassetto per accedere all'approfondimento), ad accogliere le indicazioni del nostro Arcivescovo sullo stile di “ solidarietà” e di “sobrietà” e a pensare in grande il presente e il futuro della nostra Lecco.
La fraternità si esprime, infine, in una condivisione intelligente che analizza la situazione concreta e trova delle possibili soluzioni che responsabilizzano gli interessati e li rendono maggiormente protagonisti.

Monsignor Franco Cecchin
Prevosto di Lecco
da Francocecchin.it

giovedì 3 giugno 2010

Le buone pratiche: fotovoltaico e mense bio

(clicca sull'immagine per ingrandire la locandina)

Nell’ambito del convegno nazionale dei Gas (Gruppi di acquisto solidale) e Des (Distretti di economia solidale) (clicca sui testi evidenziti per leggere i collegamenti) in programma a Osnago da venerdì 4 a domenica 6 giugno 2010 sono stati organizzati anche due workshop.
  1. Uno è sulle mense biologiche. Il dottor Paolo Agostini, responsabile tecnico delle mense del Comune di Roma, ci darà l'occasione, forse irripetibile, di conoscere a fondo il ristorante biologico più grande d'Italia, sia dal punto di vista procedurale che da quello dell'alimentazione. L'assessore Paolo Molteni del Comune di Carugate tratterà poi il tema soprattutto dal punto di vista delle scelte motivazionali di base e ci parlerà di un di un'esperienza più piccola ma altrettanto valida e praticabile per gli enti di medio-piccola dimensione La funzione di moderatore è stata affidata a Venetia Villani, direttore di Cucina naturale.
  2. Il secondo è sul fotovoltaico, con la possibilità di conoscere due interessanti casi di diffusione dell'energia solare nel Nord Italia: il Comune di Provaglio d'Iseo, capostipite in Italia della progettazione per l'installazione a costo zero di pannelli fotovoltaici, e quellodi Morbegno che pure ha scelto la strada della sostenibilità ambientale con una diffusione capillare sia sul territorio comunale, che su una più ampia zona di competenza.
Si tratta in entrambi i casi di esperienze molto avanzate e che ci auguriamo possano costituire esempi da imitare per altri Enti locali Moderatore dell'incontro sarà Roberto Brambilla, da molti anni impegnato in campo professionale e associativo sul tema delle energie rinnovabili. Per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito convegnogasdes2010.org.

Paolo Strina
Sindaco di Osnago

lunedì 31 maggio 2010

In Brianza il convegno nazionale dei Gruppi di acquisto solidale

Venti tra Monza e Brianza, altrettanti tra Como e Lecco. Più di 700 in tutta Italia. Sono i Gas, i Gruppi di acquisto solidale, un fenomeno in crescita che fanno del consumo una scelta politica, sostenendo con la loro spesa i piccoli produttori locali, che rispettano ambiente e condizioni di lavoro. Sabato 5 e domenica 6 giugno si ritrovano a Osnago per il loro 10° Convegno nazionale "Gas e Des, territorio in movimento": è il tema di quest’anno che coinvolge, per la prima volta, i Distretti di economia solidale (Des), una realtà sempre più importante e attiva nel mondo dell’altraeconomia e che proprio a Como e in Brianza vede il cammino di due esperienze tra le più significative. Una ventina in tutta Italia, i Des collegano sul territorio tutte quelle realtà che si muovono alla ricerca di uno sviluppo economico diverso, basato sui valori e non sul profitto: Gruppi di acquisto, cooperative sociali, associazioni di consumo critico, botteghe e consorzi di produttori. Tra Gas e Des il rapporto è forte, sul territorio attivano insieme circuiti di fiducia flussi di prodotti e servizi che rafforzano la comunità locale, insieme promuovono l'autosostenibilità, coinvolgendo in rete le altre realtà di economia solidale e gli altri territori.
Due in particolare gli aspetti che saranno affrontati nel Convegno, con i gruppi di lavoro e con i momenti di assemblea comune con la presenza di relatori: da una parte l'analisi delle diverse forme e progetti di economia solidale, dall'altra il tema della rappresentanza intesa anche come proposta da portare avanti o sostenere di fronte al vuoto della politica. "Gas e Des: territorio in movimento" sarà preceduto venerdì 4 da due workshop riservati alle pubbliche amministrazioni sui temi del fotovoltaico e delle mense scolastiche biologiche. I due seminari prevedono oltre alla presenza di esperti, gli interventi di rappresentanti di enti pubblici che hanno già adottato queste pratiche e che racconteranno il valore della loro esperienza.
Sul sito convegnogasdes2010.org (
clicca sul testo evidenziato per accedere al sito inbdicato) si possono trovare il programma, i moduli di iscrizione, le forme di ospitalità previste e tutte le altre informazioni necessarie.

Monica Colombo